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FACCIAVISTA E PATOLOGIE IN CANTIERE

17/01/2007
AUTORE:
Maurizio Agostino

Prov. PR
Professione: Imprenditore
Maurizio Agostino nasce a Parma il 22.07.1970, consegue la maturità classica e si laurea presso l’Università degli Studi di Parma in Scienze Geologiche (indirizzo Petrografia del Sedimentario). Dal 1998 è assunto alla Pinazzi Gestione Calcestruzzi dove, dopo aver maturato l’esperienza necessaria come addetto al carico, si sposta al controllo di produzione ed al laboratorio.
Estimatore della ISO 9001:VISION 2000 spinge alla certificazione dell’azienda facendosene carico in prima persona, divenendo Responsabile del Sistema di Gestione per la Qualità e del Laboratorio. Durante gli anni frequenta vari stage in Italia ed all’estero:
Master "Tecnologia del calcestruzzo" c/o Laboratori Mac-Degussa - Treviso 2000
Master "Patologie del calcestruzzo" c/o "Les Technodes" ITG - Parigi 2003
Master "Marketing del calcestruzzo" c/o "Les Technodes" ITG - Parigi 2005
Nel 2004 promuove una collaborazione fra la Pinazzi e la Facoltà d’Ingegneria dell’Università degli Studi di Parma per lo studio e la realizzazione di una tesi sperimentale sul mix-design di un Self Compacting Concrete con gli aggregati impiegati nella produzione della centrale stessa.
Lo stesso anno partecipa al Grand Prix del Calcestruzzo SCC classificandosi 8°.
Dal 2005 fonda la MA CONCRETE srl con la quale commercializza materiali innovativi, accessori al calcestruzzo.
Nello stesso anno, fonda la società individuale MA con la quale si presta a consulenze sul calcestruzzo e controlli in cantiere, in Italia e all’estero, per conto di Direttori Lavori, progettisti, imprese di costruzione.

Contatti:
Mobile +39 348.2805206
Fax +39 0521.926212
Email: maurizio.agostino@pinazzigestcls.it

FACCIAVISTA E PATOLOGIE IN CANTIERE

Sempre più spesso, nel mio ruolo di tecnologo, mi vengono richiesti sopralluoghi per chiarire le cause di alcune patologie visibili sui manufatti al momento della rimozione dei casseri.

Tali sopralluoghi altro non sono che incontri a tre che vedono, oltre al sottoscritto in veste di accusato poiché tecnico della centrale, sia l’appaltatore che l’impresa responsabile della messa in opera del calcestruzzo (il cosiddetto “conto-terzista”).

Gli eventi evolvono secondo un iter ormai noto: alla rimozione dei casseri si evidenzia una patologia che il soggetto appaltante contesta al conto-terzista, sovente con il fine di ottenere uno sconto economico, il quale si difende accusando la centrale di fornire calcestruzzo di pessima qualità, unica causa del pessimo facciavista realizzato.

Nelle animate discussioni che si accendono, spesso è proprio il conto-terzista ad uscirne vincitore, non tanto per i motivi addotti a propria difesa che poco hanno di tecnico, quanto per la difficoltà che incontra la centrale a dimostrare una correlazione evidente fra patologia ed errata metodologia di lavoro. È bene ricordare poi, che il soggetto appaltante, ha più interesse ad accontentare la squadra dei carpentieri rescindendo il contratto con la centrale certo di trovare, da subito, un altro impianto disponibile a garantire la consegna del rimanente calcestruzzo.

Durante l’esperienze accumulata in tali confronti, ho cercato di fare tesoro dei luoghi comuni rivolti come accuse. In questo articolo cercherò di evidenziare alcuni elementi direttamente collegati ad alcune patologie.

Prima di addentrarci teniamo sempre chiaro il nostro punto di forza: la conoscenza, ed il controllo statistico del nostro calcestruzzo prodotto sia dal punto di vista resistenziale, che reologico ed estetico. Solo in questo modo saremo sicuri a ricercare, anche altrove, le cause dei fenomeni.

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Fig.1- Facciavista in edificio commerciale, notare l’impronta dei nodi del legno.

Escludendo particolari soluzioni estetiche, quali la sabbiatura o il lavaggio dell’inerte per esempio, per “buon facciavista” s’intende una superficie uniforme e compatta, con variazioni cromatiche minime o totalmente assenti, senza efflorescenze, macchie o discontinuità, certamente gradevole alla vista.

Molti autori, accertato l’utilizzo di un discreto calcestruzzo, quantificano in un 20-25% l’importanza del solo materiale ai fini del buon esito estetico, trovandosi concordi nell’attribuire spazio più ampio ad un’insieme d’accorgimenti che vanno dalla scelta del cassero al conseguente ed appropriato utilizzo d’olio disarmante, alla tenuta dei pannelli, nonché all’idonea vibrazione e, per finire, all’impiego della pompa nelle operazioni di getto.

La condizione del legno costituente i casseri, tavole o pannelli, è fondamentale. Esso deve risultare ben saturo di acqua affinchè eviti l’assorbimento di quella nel calcestruzzo, unto in maniera uniforme in modo da facilitare l’uscita dell’aria con la vibrazione e la creazione di una “pelle” staccata dal pannello, con giunti a tenuta fra un pannello e l’altro ed infine, con adeguato spessore del copriferro. Durante il getto il calcestruzzo dovrà essere adeguatamente vibrato, e la caduta nel cassero non deve avvenire da un’altezza superiore al metro o, peggio, attraverso fitte armature, generando il cosiddetto “effetto setaccio”, che separando le frazioni granulometriche, spesso origina i nidi di ghiaia ai piedi delle strutture verticali.

L’esperienza diretta mi ha insegnato come il personale di cantiere tenga in poco conto le considerazioni fin qui elencate o, peggio, nemmeno le esegua.

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Fig. 2 - Facciavista realizzato con tavole, nel complesso esteticamente gradevole.

Ma scendiamo a descrivere alcune patologie cercando d’individuarne la principale maldestria cantieristica, precisando che le fotografie sono fornite dal personale book fotografico che non perdo occasione di aggiornare. Credo infatti di essere ormai affetto da una sorta di mania, cagionata dagli anni di studio, che mi porta a fotografare qualunque elemento strutturale ritenga affetto da qualsivoglia patologia, a mio avviso, degna di nota. Tale forma comportamentale non più relegata all’ambito lavorativo si manifesta anche nelle passeggiate domenicali, nei tragitti autostradali se non peggio, durante le ferie. La situazione ha iniziato ad assumere aspetti davvero imbarazzanti in occasione dell’ultima sfuriata della mia compagna, la quale durante una romantica passeggiata marina su un pontile, ha visto volgere l’attenzione nei suoi confronti verso un pilone alle sue spalle, chiaramente affetto da degrado per esposizione ai cloruri. Davvero irresistibile!

VAIOLATURA

Una delle patologie maggiormente visibili è la cosiddetta “vaiolatura”, essa si presenta come una serie di bolle, con varie dimensioni, distribuite su parte sull’intera superficie del manufatto (fig. 3).

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Fig.3 – Esempio di vaiolatura su muro di recinzione

 

La causa principale risiede nella presenza d’aria inglobata fra la pelle del calcestruzzo ed il cassero. Le motivazioni possono essere piuttosto varie soprattutto da quando, alcuni carpentieri, hanno ritenuto non essere così indispensabile la costipazione del calcestruzzo per mezzo dell’ago vibrante (vedi articolo “Garantiamo la durabilità in cantiere”). Come ho già avuto modo di spiegare la sola battitura esterna dei casseri con mazzuoli non risulta sufficiente ad assicurare la risalita dell’aria fra parete del cassero e calcestruzzo con il risultato estetico visibile (Fig 3). La corretta scelta dell’emulsione disarmante è altrettanto importante, essa deve essere compatibile ed espressamente indicata per il materiale del cassero. L’impiego di un olio troppo o poco denso, su base chimica non adeguata, o in generale di bassa qualità, non agevolando la fuoriuscita dell’aria finisce per facilitarne l’intrappolamento generando delle macrobolle d’aria responsabili dell’effetto “vaiolato” sulla superficie indurita.

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Fig.4 – Blanda vaiolatura su pilastro giallo in primo piano              (Porto di Vancouver, Canada)

PERDITA DI BOIACCA DAI PANNELLI

Questa patologia può essere sia di modesta che di cospicua entità per arrivare fino al nido di ghiaia vero e proprio. La causa della sua insorgenza è da attribuirsi alla perdita di boiacca che si verifica nel punto di contatto fra i pannelli, qualora non risultino sufficientemente serrati ed a tenuta (Fig. 5 a sinistra).

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Fig.5 – Cassero con pannelli non a contatto fra loro a sinistra, ed esito finale a destra

Durante la vibrazione la boiacca fuoriesce dall’interstizio fra i pannelli rendendo visibile l’inerte nella linea di giunzione (Fig. 5 a destra). Tale fenomeno può manifestarsi sia in orizzontale sia in verticale e, talvolta, in maniera duplice sullo stesso pannello (Fig.6). Nella Fig.6 la linea blu in corrispondenza dell’inerte “lavato” indica perfettamente l’ubicazione della giunzione verticale fra i pannelli, il piccolo nido di ghiaia nella parte destra della foto evidenzia, invece, la giunzione orizzontale (linea rossa) con il pannello sottostante dalla quale si è verificata in maniera più consistente la perdita di boiacca.

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Fig.6 –Fuoriuscita di boiacca sia nella giunzione orizzontale che verticale. Le due foto sono identiche (in quella a destra le linee blu e rossa evidenziano la descrizione).

Nel caso in cui vengano utilizzate tavole in legno, come frequentemente accadeva qualche anno fa, si può avere una maggior ripetitività del fenomeno causa l’aumentare del numero di tavole, e quindi giunzioni, presenti nella medesima unità metrica (Fig. 7). Situazione analoga si rivela nella realizzazione di spalloni o pilastri, in particolare è bene controllare la perfetta chiusura e tenuta del cassero negli spigoli, unica zona di contatto fra le pannellature o le tavole. Nei miei sopralluoghi, ho spesso rivolto la mia attenzione al deterioramento del legno impiegato nei casseri, più che alle perdite dovute al pessimo serraggio delle “cravatte”. Il contenimento di costi in commesse con margine risicato, o addirittura nullo, obbliga il conto-terzista a limitare la sostituzione dei pannelli, o delle tavole, deteriorati. Questa scelta si ripercuote sulla qualità del facciavista di muri e/o pilastri già dai piani interrati ed inferiori del fabbricato, che peggiora notevolmente mano a mano che aumentano il numero delle strutture realizzate all’interno dello stesso edificio. In questo caso, spesso si accusa il tecnologo della centrale di fornire un impasto segregato, senza che nessuno abbia eseguito alcuna prova sul calcestruzzo fresco durante la consegna (slump test o spandimento). In questo caso chiedo di spiegarmi quali prove siano state eseguite in tal senso al ricevimento del materiale, per quale motivo non sia stato rifiutato e per quale strana legge fisica il materiale segregato si sia disposto in strisce orizzontali equidistanti, guarda caso proprio nella giunzione delle tavole (fig. 8 a sinistra) oppure in una striscia verticale su uno soltanto dei 4 spigoli costituenti un pilastro (fig. 8 a destra).

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Fig.7 – Ripetitività del fenomeno causa maggior numero di giunzioni

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Fig. 8 – Mancanza di aderenza fra i pannelli in orizzontale (a sinistra) e in verticale (a destra)

NIDO DI GHIAIA O VESPAIO

La più nota patologia è il cosiddetto nido di ghiaia o vespaio.

Come già affermato la causa è riconducibile ad una perdita di boiacca, più consistente rispetto ai casi precedenti, che si verifica nella zona giunzione delle tavole e/o pannelli. In questo caso, qualora assuma aspetti davvero consistenti, la perdita di parti fini risulta così grave da permettere il distacco manuale dell’inerte completamente privo di pelle e perciò totalmente scoperto.

Nella foto riportata (fig.9) è evidente come nella zona attorno al vespaio il materiale indurito risulta perfettamente compatto, di buona qualità estetica, mentre la patologia è curiosamente sviluppata in direzione della giunzione orizzontale delle tavole chiaramente visibile. La zona sottostante è nuovamente di buona qualità estetica. Anche in questo caso un’eventuale accusa dovrebbe riuscire a spiegare come mai un’eventuale segregazione si sia verificata in prossimità della battuta fra i pannelli. Osservando attentamente la foto si può notare un'altra piccola perdita di boiacca nella zona sovrastante a destra, anch’essa in corrispondenza della giunzione.

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Fig.9 – Piccolo nido di ghiaia, con via di fuga nella giunzione orizzontale

La causa è simile a quella precedentemente descritta, essa è riconducibile ad una perdita di boiacca ma in maniera ben più consistente essa fuoriuscendo dalla giunzione “lava” il calcestruzzo impoverendolo di quelle parti finissime responsabili dell’esito per un buon faccia a vista.

Una seconda causa può essere ricercata nell’eccessivo salto che compie il calcestruzzo all’interno del cassero unitamente alla presenza dell’armatura responsabile del cosiddetto “effetto setaccio”.

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Fig.10 – Nido di ghiaia, patologia grave.

Il calcestruzzo, per raggiungere la parte più bassa del cassero, è costretto a cadere sulle staffe orizzontali dell’armatura posta all’interno del cassero stesso, sottoposto così ad una serie ripetuta di ostacoli che di fatto eseguono una vera e propria “setacciatura” che porta a separazione delle frazioni granulometriche. Tale patologia è sovente collegata alla classe di consistenza (slump).

Dott. Maurizio Agostino

maurizio.agostino@pinazzigestcls.it

 

 

 

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